IGOR SIBALDI : RESUSCITARE

RESUSCITARE: sabato 9 Febbraio 2019 dalle 10.00 alle 18.30
L’arte di riportare in vita ciò che credevamo perduto

Un viaggio per riscoprire e utilizzare una tecnica di resurrezione molto antica, che fonde antiche intuizioni alle più moderne teorie di fisica quantistica.

In questo seminario intensivo Igor Sibaldi illustrerà ai partecipanti i fondamenti di questa sorprendente metodologia millenaria, confrontandola con le più recenti teorie della fisica quantistica, e soprattutto mostrerà come applicarla concretamente nella vita di tutti i giorni.

La parola resurrezione evoca oggi, per alcuni, un dogma e, per altri, un mito antico. I primi a immaginarla furono gli egizi, ben 4500 anni fa. Ma non si limitarono solamente a immaginarla. Scoprirono l’esistenza di universi paralleli in cui ciò che è passato vive ancora, e spiegarono chiaramente come riuscire a giungere fin là, invertendo il corso del tempo.
Tutto sta nel non rassegnarsi all’idea che il tempo sia irreversibile allora, nemmeno la morte appare come un fatto definitivo ma come una sfida, un ostacolo da superare. Inizialmente ci si lascia guidare dal coraggio di ricordare chi e ciò che si è perduto: così si apre la via.
Poi, mentre torna indietro nel tempo, la mente cambia, si amplia, si libera da limiti che non sapeva di avere, fino al momento in cui due dimensioni – il presente e il passato – entrano e rimangono in contatto, in quello che i fisici contemporanei chiamano un varco spazio-temporale e che duemila anni fa si chiamava “eternità“. Lì incomincia la resurrezione.

“Credere nell’immortalità dell’anima è sempre stato facile, come un capriccio. I capricci non richiedono particolare intelligenza: solo tenacia e sordità alle obiezioni. Tanto, nessuno può provare che una qualche versione dell’aldilà non sia vera. Perciò sono così numerose. Almeno una per ogni religione, più altre fornite da mistici d’ogni genere. Credendoci, ci si sente in accordo con miliardi di persone. E – cosa che ha avuto anche questa il suo peso – nessuna autorità ha da ridire. Anzi, alle autorità torna utile, perché quanto più la gente dà importanza all’aldilà, tanto meno ne dà all’aldiquà e sopporta meglio le condizioni in cui la si obbliga a vivere. Perfino i ribelli, quando sperano in una ricompensa ultraterrena si lasciano sconfiggere più rapidamente, perché in loro la voglia di morire diventa più forte della voglia di vincere. Così, la fede nell’immortalità ha sempre risolto più problemi di quanti ne creasse.
Per le resurrezioni, invece, vale il discorso opposto. Sono problematiche, innanzitutto perché riportare in vita qualcuno è sempre un atto sovversivo. È riaprire conti già chiusi. A sentirne parlare come di una possibilità, qualsiasi re avrebbe temuto che si resuscitassero i suoi predecessori o gli avversari che aveva fatto uccidere.
E se si trovasse il modo di far risorgere anche soltanto un periodo della vita, qualsiasi persona perbene vi vedrebbe un pericolo per le carriere, per le famiglie.
Resuscitare in una dirigente di banca il suo talento di attrice, soffocato durante l’adolescenza per volere dei genitori? Resuscitare in un nonno la sua passionalità di quand’era ragazzino? Che guai ne verrebbero. Il presente è tanto più solido quanto più è certo di aver ucciso il passato. Così, anche dove la gente crede nella resurrezione (ebrei, cristiani, islamici) ben pochi la vogliono.
Si preferisce pensare che sia toccata solo a qualche essere divino, salito poi rapidamente in cielo. O che tutti saranno resuscitati, semmai, alla fine del mondo. Non prima.
Fino ad allora, si vuole che nel ragionare sul passato valgano due regole definitive: una è: il passato rimane indietro, mentre noi possiamo soltanto andare avanti e l’altra: ciò che è nel passato non si cambia. Appunto perché non possiamo più raggiungerlo.
Queste due regole non impediscono di credere che dopo la morte si viva ancora, ma si direbbero fatte apposta per escludere la resurrezione. Ma il fatto stesso che queste due regole ci siano, così perentorie, fa pensare che nascondano qualcosa d’importante. Qualcosa che si desidera tanto.“ (Igor Sibaldi)